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Pratiche Del Nulla Café
 
 
26 giugno 2007
E adesso basta.
Un ragazzo di sedici anni che muore non per caso ma per una pallottola in volto è il punto oltre il quale dovrebbe tacere la retorica e parlare solo chi ha voce e strumenti culturali per offrire soluzioni.Invece no.Puntuale, parte il florilegio di pareri inutili, vittimismo; luoghi comuni.
Peggiori se possibile delle pallottole.
Un parroco, padre Rapullino, parla di città senza speranza, quando proprio i parroci dovrebbero darla, la speranza. E’ mestiere loro.Addirittura si risveglia La Capria che dalle pagine del Mattino pianta i suoi impeccabili crisantemi su N, sulla “sua” Posillipo da cui spuntavano piroscafi che oggi non spuntano più.

Ha invece ragione Paolo Apolito quando dice che N è una città in guerra.

E in guerra ci sono morti, sempre.

E’ guerra quella che si consuma per un parcheggio, in un parco della Enne-Bene, dove anche l’avvocato ti riga la fiancata con le chiavi se gli hai rubato il posto-auto.

E’ guerra la competizione estetica che si scatena in molte piazze, il sabato sera. Una guerra per apparire fighi, desiderabili, riconoscibili. La bellezza è una roulette russa; l’apparenza no. E può compensare molti vizi di fabbrica; ovviamente per un prezzo. E per un paio di sandali d’oro D&G i cui tacchi da 12 cm regalano ciò che madre natura ha elargito con parsimonia bisogna cedere, letteralmente, un quinto di uno stipendio medio. Ed è chiaramente bottino di guerra quello che le baby gang reclamano ogni sera, armati di pistole giocattolo o pistole vere.

Certo, non è una guerra che si combatte in città, e anzi N non è neanche sulla linea del fronte della competizione globale che l’ha anzi lasciata indietro: semmai rappresenta una sacca di resistenza, assediata e saccheggiata da truppe perlopiù irregolari o da sciacalli.

Ma il vero dramma è che questa guerra è senza generali.

Gli intellettuali napoletani sono sospesi tra un’Europa di cui hanno letto ma che non conoscono affatto e una realtà che li terrorizza. Mancando di strumenti conoscitivi per contestualizzare N nel panorama globale, smuovono l’antropologia, l’Unità d’Italia, le peculiarità culturali o inventano categorie della fantasia come la “napoletanità” per spiegarsi fenomeni altrove ben noti come semplice “degrado socioeconomico”.

E certo non sono generali i politici che non sanno o non vogliono più metterci le mani; che non riconoscono e non si riconoscono nell’elettorato che passivamente li vota alle urne.

Eppure basterebbe guardare e leggere; anche solo saper usare Google.

Si scoprirebbe ad esempio che Curitiba, in Brasile è secondo le Nazioni Unite “la città più innovativa del mondo”. In questa città con 1.600.000 abitanti dove si ricicla il 70% della spazzatura, che ha 50 Fari del Sapere, che regala libri in cambio di spazzatura da riciclare. Mentre il traffico è dominato dal trasporto collettivo. Perché Curitiba sì e N no?

E l’esempio è calzante perché N tende sempre più ad essere una qualsiasi realtà degradata del Sudamerica, e manifesta nelle classi più disagiate la stessa violenza, gli stessi valori di riferimento, la stessa subcultura che sembra garantire la sopravvivenza del più forte. E ciò che unisce ormai il sottoproletariato ( e non la “plebe” come si continua erroneamente- e con un certo classismo veteroidealista- a definire il sottoproletariato napoletano, da Pasolini in poi) alla fragile borghesia è il trovare nella sopraffazione e nell’illegalità un valore comune e vincente.

E tutti però, intellettuali, politici, borghesia, sottoproletariato sono ancora convinti di vivere in un posto unico ed eccezionale, nel bene e nel male. Il posto dove “succede solo a N”. Invece, dietro la mistica del voler ritrovare per forza il carattere di eccezionalità che hanno solo le cose che succedono a N c’è semplicemente il non sapere che le stesse cose stanno succedendo, o sono già successe, da altre parti del mondo. Oltre il limite fissato dalla propria cultura e coraggio. Perché ci vuole coraggio ad ammettere che N non ha niente di eccezionale.

Perché si ha paura che non resti più nulla.
Invece accettare questo significherebbe poter essere finalmente tutto.

Perché N è davvero una qualsiasi città moderna che presenta i medesimi problemi delle città densamente popolate che però non sono mai diventate metropoli; “Metropoli” è- per definizione degli urbanisti- un luogo ove si decide e si influenzano i destini economici e sociali dell’area circostante. E questo non accade perchè a N non si decide più nulla- né a livello nazionale né locale- se non il minimo indispensabile.

Chi “decide” dovrebbe prenderne atto.

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permalink | inviato da Carlo Z il 26/6/2007 alle 21:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
26 giugno 2007
Un bagno nella discarica
 Un bagno nella discarica      di CarloZ

Il mio primo bagno della prima estate dell’era del riscaldamento globale l’ho fatto in una discarica, a Via Napoli. Verso Pozzuoli. Completamente ristrutturata solo pochi anni fa, con una bella distesa di sanpietrini di pietra vulcanica e un marciapiede alberato con tanto di parapetto che da' sulla scogliera e sul golfo di Pozzuoli, doveva essere il percorso del recupero verso il Rione Terra. Un nastro di strada straordinariamente bello lungo la costa, punteggiato da ville liberty e chiuso a destra da un alto costone di roccia che messo altrove si sarebbe chiamato Camargue.
Qui è diventato a poco a poco una discarica.
Se un folle avesse deciso di mandarci i camion delle ecoballe a scaricare sugli scogli avremmo assistito a picchetti, minacce, sollevamenti di popolo, rivolte e sacrifici umani. Invece così, poco a poco, è diventato una discarica spontanea, resa pericolosissima dal caldo impietoso e innaturale di questi giorni.
Il caldo innaturale del global warming.
I media danno grande risalto al cambiamento climatico, e i quaranta gradi di oggi sono colpa dell’effetto serra. L’anno scorso ne facevano solo trentanove ed anche se era l’estate più calda degli ultimi diecimila anni si trattava sempre di fenomeni "tutto sommato normali".
Invece quest’anno siamo ufficialmente entrati nel primo anno dell’era del Global Warming. I catastrofisti dicono che si approssima la fine, che l’evoluzione umana ha scollinato e inizia la parabola discendente. Dalla nascita del Cristo in poi gli anni si sono contati azzerando il contatore, e verso l'infinto. Gli anni dell'era Cristiana. Da oggi in poi pare che si debbano contare dal 2007 a ritroso, fino al termine. E non un anno alla volta, perchè secondo calcoli complessi, ogni anno consumiamo le risorse che servirebbero per 40 o 100 di normale utilizzo, della massima capacità di carico del pianeta ecc.
Non mi addentro in questi calcoli tecnici, anche perché col caldo mi fa male la testa. Ero venuto per un bagno di mare e mi trovo invece di aver fatto un tuffo nella munnezza arroventata dal sole bianco, lattiginoso, denso.
Anche la pietra nera degli scogli non è risparmiata.
Verso lo Zenith già sale un odore dolciastro che rimane impastato nelle narici e non va più via. E’ la munnezza che cuoce, che odora di carne morta, di alimenti scaduti, di medicinali, di qualsiasi schifezza consumista e non consumata. Mi ritorna tutto in gola eppure non mi sento in diritto di vomitare, perché di tornare a vivere qui l’ho scelto io. Ho vissuto 4 anni in una grande capitale europea con 2 termovalorizzatori appena fuori il centro cittadino; con un sistema di raccolta differenziata ultratecnologico in cui il cittadino non deve far niente; solo buttare il proprio sacchetto in una botola appena sporgente dal marciapiede. A tutto pensa un sistema di tubi che scorre sotto la strada; a risucchio, galleggiamento, raccolta sotterranea e stoccaggio finale in grandi cassoni posti strategicamente in luoghi appartati, dove saranno raccolti da camion che non bloccheranno mai il traffico per ore ed ore.
Tutto sottoterra, tutta la munnezza scorre in canali sotterranei; fuori hai solo una piccola botola dove gettare i sacchetti.
Penso a quel film del Dogma, Festen. Penso alla descrizione dell’ipocrisia tipica della borghesia mitteleuropea che vuole tutto nascosto sotto il tappeto, anche le peggiori porcate. Davanti a questa montagna di sacchette di munnezza confronto quell’ipocrisia con lo sfacciato esibizionismo mediterraneo che getta tuttio in piazza. I fatti della gente urlati nei vicoli contro le silenziose, cupe liti in famiglia narrate da Ibsen a Von Trier o da qualsiasi altro autore iperboreo.
Non c’è partita purtroppo; vince l'ipocrisa pulitina che però non ti uccide di puzza o di tumore.
Anche la munnezza gli Olandesi la tengono ben nascosta sotto un enorme tappeto di asfalto. Noi sinceramente mediterranei ci gettiamo incoscientemente i sacchetti in faccia come i bimbi che giocano con i cuscini; la mostriamo a tutti come i nostri panni stesi al sole.
Il sole, finalmente.
Troppo caldo per la resistenza umana ma non abbastanza per bruciare la munnezza come un enorme termovalorizzatore a cielo aperto. Forse in questo sperava la Commissione per i rifiuti? Che il sole del primo anno dell’era del riscaldamento globale fosse così intenso da bruciare i cumuli di immondizia disintegrandoli, senza spargimenti di gas tossici, di diossina?
Da solo non ce la fa.
E allora lo aiutano i cittadini, dando fuoco ai cassonetti e ai cumuli di immondizia urlando e saltandoci intorno come fosse un rito pagano: la danza della munnezza.

Ma il fuoco non è abbastanza forte, il sole non abbastanza caldo.
Così' l'aria si riempie di puzza. E di esalazioni brutte.
Ci vuole la scorza dura per resistere.
Come gli scarafaggi. Per sopravvivere avremmo bisogno della loro scorza dura esterna.
E allora ricordo quegli scenari postnucleari tracciati in piena guerra fredda, che ipotizzavano la sopravvivenza ad un olocausto atomico limitata ai soli ratti e scarafaggi.
E ne arrivano infatti, di scarafaggi a Napoli.
Le blatte germaniche per esempio, che l’effetto serra lo conoscono già da un pezzo. Da qualche anno arrivano sempre, ogni estate, qui dove non c’erano mai state perché non c’erano neanche le condizioni climatiche favorevoli. E neanche le montagne di spazzatura.
Le blatte germaniche vengono in vacanza a Napoli dove una volta tutto ciò che arrivava di germanico erano i turisti tedeschi di passaggio per Ischia, per le cure termali pagate dalla grande socialdemocrazia tedesca.
Arrivavano lenti e a gruppi, i turisti tedeschi delle terme; vecchi, senza braccia, senza gambe, seguivano una giovane guida con una cartellina blu alzata sopra la testa.
Invece le blatte arrivano velocissime per nascondersi sotto qualche pietra, sotto i tappeti.
Rossicce ed ovali.
Davvero schifose. Le blatte così schifo perché in fondo hanno caratteristiche umane.
Dure fuori e molli dentro e quando le schiacci con un piede fanno un rumore davvero di m***; fanno crack, e poi squash.
Gli uomini che nascono morbidi fuori invece, e dentro hanno le ossa dure che li mantengono dovrebbero restare così. Morbidi fuori, elastici, e robusti dentro, decisi.
Invece, passare anni in queste montagne di spazzatura sta trasformando tutti noi in scarafaggi; duri solo fuori, e mollicci dentro.



permalink | inviato da Teresa il 26/6/2007 alle 21:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
SOCIETA'
26 giugno 2007
Quell’accidentiallui fujtevenne
 Mettendo da parte i sogni non sognati mai, vi parlo di quelli che non avrei mai voluto sognare.

 

Il sogno di una città che vivo e che sembra non esistere più, se non nei sogni di chi la vuole morta e di chi la vuole viva. Io la voglio viva e in salute altrimenti anche morta va bene. Essì..perchè sembra che per tenere in vita questa città debba morire io. Morire di caldo puzza e mosche non è quel si dice una morte augurabile. Già che la morte, di per sé, non è augurabile mai e a nessuno. Ma una vita fetente, puzzolente, questa è augurabile?  Questa storia dell’immondizia che ci invade non è presa col giusto peso. Solo chi vive circondata da sacchetti sa questo cosa comporta. E comporta che sto vivendo male, che respiro aria malsana da mesi, che gli odori sono spariti, gli odori della cucina, quelli che ti avvisano che la pappa è quasi pronta, non superano la cucina, che l’odore del caffè si sente solo a 2 cm 2 dalla caffettiera, che quando la puzza non la sento, tremm’, perché credo di esserne assuefatta, che mi fa schifo questa casa piena di mosche e questo paese piccolo e ingombrato, e che i balconi non sono più praticabili, che la mia stanza affaccia su di una discarica e la mia cucina anche, e anche il salone…Una volta alla settimana arriva il camion dell’immondizia e se ne va con un nulla di fatto, perché siamo così pieni che è impossibile raccoglierla tutta… il 70% dello schifo resta e tempo un giorno si ritorna al 100%. Diverso fu quando il sig. Rutelli venne a graziarci di parole, ospite di una palestra che è qui di fronte casa mia. In quell’occasione scomparve dalla mia vista e dal mio olfatto il 100% del rifiutato. Dov’è finito? E come mai quest’ avvenimento da allora non si è più verificato? Inutile precisarvi che sparì solo l’immondizia che occupava l’ingresso della palestra, quella che riposa sotto il balcone della mia stanza, nascosta alla vista dell’onorevole,  non fu neanche deodorata.  Fortunata mi ritengo a saper riconoscere in questa puzza perpetua, una puzza che non è quella della mia città, ma i bambini? I bambini cresceranno credendo che questo sia l’odore della loro città, dell’estate, della strada, della domenica mattina, dei primi fiori, dei primi freddi, dell’ aria …

Questo comporta quell’accidentiallui fujtevenne che mi perseguita, che ci perseguita, e che in certi giorni sembra essere l’unica strada pulita!

N.B.
In diretta dal blog di Malvino, zona commenti, potrete assistere alla pietosa performance del temerario FORZA VESUVIO.




permalink | inviato da bp il 26/6/2007 alle 14:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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